Kenya – Situazione

La situazione keniota è legata all’ondata di violenze innescate dall’annuncio dei risultati delle elezioni politiche del 27 dicembre 2007. Gli scontri videro fronteggiarsi gli appartenenti ai due principali partiti politici, ovvero il Party of National Unity (PNU) – guidato dal rieletto presidente Kibaki – e l’Orange Democratic Movement (ODM) – guidato da Odinga. Inizialmente creduti atti isolati e spontanei, tali scontri risultarono invece consistenti in violenze estese e sistematiche motivate da odi etnici e politici, frutto di una preventivata gestione e manipolazione da parte di leader politici e businessman, che si ritiene ne commissionassero, dirigessero e istigassero la commissione, anche mediante mezzi di comunicazione, quali stazioni radio e comunicazione in rete. Fonte principale di informazioni per il Procuratore della CPI è stata la “Commission of Inquiry into post-Election Violence” – accanto alla “Kenyan National Commission on Human Rights”, all’“Office of the Human Rights”, all’UNICEF, UNFPA, UNIFEM ed altre agenzie delle Nazioni unite – istituita mediante un accordo fra il presidente Kibaki ed il primo ministro Odinga, la cui creazione è stata possibile grazie al rilevante ruolo di mediatore rivestito da Kofi Annan. La Commissione, anche conosciuta come “Waki Commission”, tra le altre cose inviò al Procuratore una lista di sospettati, auspicando però l’istituzione di un tribunale speciale interno allo scopo di giudicare i principali responsabili – istituzione che non fu però resa possibile dalle reticenze del Parlamento keniota che, in data 12 febbraio 2009, si rifiutò di adottare l’emendamento costituzionale necessario alla sua nascita. Il governo del Kenya ha ufficialmente riconosciuto 1220 omicidi; nel periodo intercorrente il 27 dicembre 2007 e il 31 marzo 2008, nel solo Nairobi Women’s Hospital, si sono potuti contare 524 casi di stupro, cui devono aggiungersi i dati stimati da altri centri ospedalieri e gli episodi di violenza non denunciati; la deportazione ed il trasferimento forzato hanno visto coinvolte approssimativamente 350.000 persone, mentre la croce rossa keniota ha stimato a febbraio la presenza di 268.330 IDPs; infine le cifre fornite dalla “Waki Commission” parlano di 3,561 vittime di altri atti inumani. I devastanti impatti sulle vittime hanno compreso, oltre che lesioni fisiche, traumi psicologici, l’alta possibilità di aver contratto malattie sessualmente trasmissibili, nonché stigmatizzazione sociale, frequentemente accompagnata dall’abbandono dalle stesse famiglie. Referral Il 5 novembre del 2009, il Procuratore informò il Presidente della Corte della sua intenzione di depositare una richiesta di autorizzazione all’apertura di un’indagine nella situazione keniota, di conseguenza assegnata il giorno successivo alla Pre-Trial Chamber II. Il 26 novembre del 2009 il Procuratore depositò dunque, in conformità con l’art. 15(3) dello Statuto di Roma, la citata richiesta, poi autorizzata dai giudici il 31 marzo del 2010. L’8  marzo del 2011 la Corte spiccò sei mandati di comparizione nei confronti di Mr. Ruto, Mr. Sang, Mr. Kosgey, Mr. Muthaura, Mr. Kenyatta e Mr. Ali. Il 31 marzo del 2011 la Corte ricevette un ricorso ex art. 19 dello Statuto da parte del Governo del Kenya avverso i suddetti mandati attraverso il quale si rilevava il difetto di competenza della Corte e si chiedeva la dichiarazione di inammissibilità dei casi per violazione del principio di complementarietà, a fronte della sostenuta capacità e volontà dello Stato di esercitare l’azione penale nei confronti dei sospettati. Avverso il rigetto del ricorso da parte della Pre-trial Chamber II, il Governo del Kenya ha presentato appello. La Camera d’appello ha confermato la decisione del giudice preliminare. Infatti, pur riconoscendo lo sforzo del Governo di onorare il principio di complementarietà sancito nello statuto all’art 17 (l)(a), ha affermato che non è sufficiente, ai fini dell’integrazione dei criteri di inammissibilità  in quell’articolo stabiliti, che l’indagine nazionale abbia ad oggetto la medesima condotta, ma che sia anche rapportabile alle “stesse persone soggette al procedimento della Corte”. Di conseguenza, non basta indagare su soggetti del medesimo rango gerarchico, come invece è stato erroneamente sostenuto dal governo del Kenya, perché un caso sia dichiarato inammissibile. Inoltre, la Corte ha ritenuto l’incapacità del  Kenya di fornire prove certe che le indagini fossero effettivamente iniziate (ongoing) e per questo ha ritenuto sussistente uno stato di inattività permanente – e, di conseguenza, non ha ritenuto necessario indagare sulle cause della incapacità e non volontà ex art. 17(2)(3).

In data 2 agosto 2013, agli altri mandati d’arresto si è aggiunto quello emesso dalla Pre-Trial Chamber II nei confronti del cittadino Walter Osapiri Barasa , accusato di aver commesso il reato di intralcio all’amministrazione della giustizia tramite corruzione e tentata corruzione di testimoni. Tale decisione, mantenuta inizialmente sottosigillo su richiesta del Procuratore ex regola 23bis, è stata resa nota in data 2 ottobre 2013.